S COME SIGLA
La sigla di Sanremo è un medley. Ma solo una canzone
su tre è uscita dal Festival. In più, arriva l'Inno nazionale. Ma non è la prima volta che si parla di Italia.
Da Vola Colomba alla Terra dei Kaki
Ha detto Iva Zanicchi che sarebbe stato meglio usare come sigla una canzone nota come Zingara, diciamo noi che sarebbe stato sufficiente pescare tre o quattro delle oltre millecinquecento canzoni e usare i filmati originali. Nostro consiglio, volendo rendere omaggio a artisti scomparsi: Ciao Amore Ciao di Luigi Tenco, Gianna di Rino Gaetano, Non pensare a me di Claudio Villa e Nel blu dipinto di Blu di repertorio. De Andrè per Sanremo ha scritto una riga per i Tazenda, per la sigla è altro. Pierangelo Bertoli nel 1992 coniugò inno nazionale e sdegno civile, ma non aspettatevelo.
L'Inno di Mameli è una moda relativalemte recente della televisione di stato. Prevedibile che, pur modernizzato il più possibile, e depositato nelle mani di tal Paolo Carta, un passaggio nel 1997 sulle assi dell'Ariston, ce lo trovassimo al Festival, dopo i continui collegamenti dalle basi aeronavali del nostro esercito di pace cui abbiamo assistito gli anni scorsi (E il nostro pensiero va a quei fanti che hanno dovuto stare svegli fino alle 4 di mattina in Afghanistan per beccarsi un collegamento con Sanremo non più tardi di un anno fa).
Già, l'Italia: la patria o il paese, lievissime sfumature per definire il diverso senso di appartenenza allo stessa cosa. E' sacrosanto che già alla seconda edizione del Festival Nilla Pizzi giochi la carta patria, caricando in quel Vola Colomba l'apprensione per la città di Trieste, allora sotto occupazione alleata e temporaneamente separata dal resto d'Italia. Ci si meraviglia che nessuno coi tempi che corrono ce la abbia proposta con la chitarra rock, peraltro.
1952: Vola colomba Ricordo di un mondo passato dove Noi lasciavamo il cantiere Lieti del nostro lavoro E il campanon din don Ci faceva il coro. Ben prima di Portobello, colpì il cuore della nazione. E un clarinetto riecheggia il fratelli d'Italia tra le righe della canzone.
Niente Italia fino al 1980 L'italianità resta comunque sempre un dato di fatto, un punto di partenza, un dato quasi scontato che nessun autore Sanremese sente il bisogno di dovere ribadire. Nel 1980 Stefano Rosso racconta di un Italiano disimpegnato e qualunquista "dentro", citando ma con ben altro accento pur'egli il Fratelli d'Italia, e tracciando una carrettata di ritratti "di calcio tecnici d'amor maestri" degni de Nuovi Mostri. Alla fine , la bomba ad orologeria ancora lì, inesplosa e indisinnescata dal 1980: "Confesso è vero ma non è finita, Prossima vittima è l'Europa Unita".
Nel 1982 nessuno canta l'inno ma vinciamo i mondiali, con una squadra guidata da una bravissima persona che si chiama Enzo Bearzot e che se qualcuno ha illustrato come dice la costituzione la patria è lui e perchè non lo fanno senatore a vita boh. Dal momento in cui l'Italia vince i Mondiali, comunque, non siamo definitivamente più quelli che hanno perso la guerra. Vale la pena celebrarci per quello che siamo.
1983: Toto Cutugno raccoglie tutti i luoghi comuni, nuovi e vecchi, raccontandoci di uno strapaese con un Partigiano come Presidente e Troppa America sui manifesti, con più donne e sempre meno suore, con la bandiera in tintoria. Vincitore morale e trionfatore del concorso Totip, solo quinto nella poule finale del Festival 1983.
1988: Mino Reitano con la regia di Umberto Balsamo confeziona un capolavoro di sintesi al limite del futurismo in cui confessa che
Poi mi prende l'emozione
Per Firenze che sta là
Per Venezia che si muove
E l'eterna Roma è qua
Mino Reitano dichiarò che sognava un'Italia che, ai mondiali di due anni dopo, cantava in coro la sua canzone nelle curve. Non successe.
Quest'Italia che profuma
Di oleandri e di perché
Anche quando si è un po' stanchi
Non ci si arrende per un se
1991: Dario Gai Fa una canzone che si chiama Sorelle d'Italia, ma parla allegramente di prostitute e camionisti.
1992: Pierangelo Bertoli Italia d'Oro arriva quarta. C'è un coro che canta proprio il refrain dell'inno. LA canzone è inutilmente profetica su tutti i fronti: Tutto si perde in un suono di missili mentre altri spari risuonano già sopra alle strade viaggiate dai deboli la nostra guerra non si spegnerà E poi ancora "Italia nera sotto la bandiera vecchia vivandiera te ne sbatti di noi: mangiati quel che vuoi fin quando lo potrai tanto non paghi mai" E altre amenità del genere. E poi Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta. E non governavano mica i Soviet, c'era Andreotti al Governo e Bruno Vespa direttore del TG1.
Continua: 1994 e 1996; dalla Squadra Italia alla Terra dei Kaki