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Ore 0.51. La canzone La forza mia di Marco Carta ha vinto la 59ª edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. Al secondo posto Luca era gay di Povia, al terzo il mestiere di Non riesco a farti innamorare di Sal Da Vinci.
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Tutto, e il contrario di tutto
La prima serata del Gruppo d'ascolto Medio Adriatico/i>
È dura se sei un amante del cinema. C'è Sanremo e devi farti da parte.
È dura se hai otto anni e ti mandano su un palco a fare finta di ascoltare uno che ti parla di immaginario collettivo, di canti gregoriani e non sai di che altro. Fai di si con la testa ogni tanto, sei lì a fare la parte dell'innocente a cui raccontano la "storia", solo che magari ti piacerebbe sentirla raccontata con parole più semplici. Come se la stessi spiegando ad un bambino, appunto. Tutto poi per introdurre la misteriosa apparizione di Mina. Una cosa che il gruppo d'ascolto alla fine non definisce esattamente come memorabile. Niente pelle d'oca, per intenderci.
È dura se sei qui per le canzoni, solo per quelle.Fosse per noi le serate durerebbero la metà.
Ma finalmente arriva il momento, quello della gara. Diciamo la verità: Dolcenera non ce l'aspettavamo così. L'hanno impostata diversamente e probabilmente hanno fatto centro. L'hanno colorata innanzitutto. Di viola, di giallo, d'altro. E le hanno detto di stare di tre quarti rispetto al microfono, di fare la sua parte, di non esagerare. Il rossetto è figlio della vecchia gestione, quello si. La canzone è la classica canzone pop, strofa-ritornello-strofa, uno special, un paio di cose che ti si infilano nel cervello. Sarà stata l'attesa ma sul momento ci è piaciuta. Sentito il resto, l'avremmo rivista volentieri.
Perchè poi inizia l'agonia. La prima avvisaglia dell'imminente catastrofe si chiama Fausto Leali. Cantare, canta. La canzone però sembra pescata da una boccia di quelle usate durante il sorteggio della cempionslig: infiliamo 10 argomenti a piacere e vediamo che ne viene fuori. Che culo, il rapporto padre - figli che crescono! Ma è perfetto! Svolgimento: figlio mio quanto mi costi. E manco mi dai soddisfazione. E il motorino, e le ragazze, hai sicuro iniziato a farti le canne... Fausto se stai qui ancora cinque minuti ti facciamo vedere che tutto sommato ti è andata bene... giusto il tempo che arrivi Tricarico.
Già, Tricarico. Prima considerazione del gruppo d'ascolto: questo è fregno! (tipico intercalare del medio adriatico ad indicare qualcosa che piace). Subito dopo però parte la seconda considerazione: e durante il resto dell'anno dov'è? Mmmmm... A scrivere la canzone per l'anno dopo? Mmmm... Forse occorre più tempo... Intanto richiamiamo Leali per fargli vedere Marco Carta. In questo mondo c'è qualcuno che ne ignorava l'esistenza e che alla seconda strofa chiede: "ma è sardo"? Già, è sardo. Riesce a sembrare anche più sardo dei Tazenda. La canzone è assolutamente dimenticabile, anzi è già dimenticata. Lui è calante per tutto il pezzo. La stessa persona che ne ignorava l'esistenza chiede: "ma chi l'ha messo lì"?
Hai una mezz'oretta? Magari ne riparliamo dopo, che adesso arriva il momento etereo che al festival non manca mai. Questa volta è affidato a Patty Pravo che riesce a cantare una canzone senza praticamente muovere un muscolo della faccia. E senza beccare la metà delle note. Effetti collaterali della chirurgia non necessaria. E a proposito del non necessario... Marco Masini? Masini e il turpiloquio? È possibile scrivere una canzone cercando di essere un pò meno didascalici? È più forte di lui, esponente di punta del turpirock... Su Francesco Renga sospendiamo il giudizio. Abbiamo aspettato per 3 minuti che la canzone partisse. Abbiamo pensato: una lunga intro di archi ma tra poco arriveremo al "pezzo". Chiusura, applausi. Tutto qui? Cos'era questa cosa, una dimostrazione di bel canto? Qui nessuno sentiva la mancanza di Bocelli e la domanda che ci facciamo è: chi ha scelto questa cosa? Davvero Francesco Renga voleva cantare una canzone così? Una canzone che lo allontana da tutti? Misteri della discografia italiana.
Come è anche un mistero il motivo per cui si ritrovino insieme Pupo, Paolo Belli e Youssou N'Dour, a cantare una canzone di una banalità disarmante. Viene in mente la bambina con cui hanno aperto la trasmissione: sono solo piccola, non deficiente... I Gemelli Diversi sono la concessione alla fascia di pubblico sotto una certa età alla quale dobbiamo dare un motivo per stare davanti alla televisione. Anche qui il pezzo è talmente immediato da sembrare quasi una parodia e pensando alle cose che li hanno preceduti ognuno nel gruppo d'ascolto cerca lo sguardo dell'altro chiedendosi "ci fanno davvero così limitati?" No ci fanno anche peggio, guarda adesso chi c'è: >Al Bano!
Gli Afterhours li aspettavamo un pò tutti. Eravamo curiosi di capire cosa avrebbero fatto. Gli After di qualche anno fa paradossalmente sarebbero stati più a proprio agio a Sanremo. Scrivevano canzoni pop con chiari riferimenti beatlesiani, canzoni che a Sanremo potevano "funzionare". Magari funzionare no, sconvolgere un pò meno si. E invece arrivano in un momento in cui la loro scrittura è cambiata, è diventata molto meno accessibile e al festival portano un pezzo assolutamente in linea con questa tendenza. I fan possono stare tranquilli, gli After sono andati al festival a fare loro stessi, senza "svendersi" (paranoia davvero assurda); la gente non capirà ed infatti probabilmente li mandaranno a casa già giovedì.
Peccato, un motivo in meno per vedere il festival... Torniamo sulla terra è il momento di Iva Zanicchi. Europarlamentare... Mah... Il festival è assurdo, è l'unico posto dove nel giro di venti minuti passi da Al Bano, agli Afterhours, alla Zanicchi. Semplicemente disorientante. Della canzone ci aveva detto già tutto Benigni, dopo aver preso la mano, zingara, dammi tutto il resto. Ma la Zanicchi aveva capito cosa stava andando a cantare quando ha accettato di partecipare?
Nel festival del tutto e di tutto il suo contrario è il momento di quelli intelligenti, il momento della famiglia Di Battista. Questa volta con una mano da Jovanotti e per un momento sembra di sentire i Dirotta su Cuba più dotati, con il ritornello un pò meno scontato e un paio di colpi ad effetto. Vale lo stesso discorso fatto per Tricarico, con la differenza che loro probabilmente potrebbero - e dovrebbero - fare a meno del festival. Saremmo contenti di non rivedermi il prossimo anno... Povia invece facciamo finta di non averlo visto. Questa sera c'erano tre cose che dovevano alzare l'audience: Mina, Benigni, Povia. Dell'ultima - e di tutto il siparietto seguente - avremmo fatto a meno.
Come avremmo fatto a meno del rappresentante della p D'Alessio. Tutto perfetto, come sempre... Scrittura tradizionale, buona esecuzione, buone capacità. Ma se non diciamo «bravo» capiteci.
E alla fine arriva il dolce Biancaneve di Alexia e Lavezzi, che questa volta non è la solita cutugnata ma che ha comunque la sua storia: lui è esordiente sul palco - incredibile ma vero - la canzone è scritta in coppia con Mogol, pronta per essere dimenticata dopo poche settimane. Del resto qualunque dolce più di tanto non dura... A questo punto il gruppo d'ascolto si chiede: è finita? Eh no che non è finita, c'è il solito sottoclou. Ovvero la solita gara dei giovani. Che sono molto di livello rispetto agli anni precedenti, almeno a giudicare da quanto visto questa sera. E ci viene il dubbio che in un festival dove i big hanno offerto lo spettacolo che abbiamo visto non sia tanto un caso che questi siano finiti a cantare nel pieno della notte...
