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Giovani: eliminati i migliori e i più esilaranti
Melodia e medietà.

L'assurdo sistema delle eliminazioni ci priva di una seconda esibizione di Giuliodorme (i migliori), Giacomo Celentano e gli offside (i più esilaranti, appunto). La guerra dei cloni continua: prima Syria, secondo D'Alessio, terzi i Lunapop. Ma davvero non c'era posto per sei canzoni in più nella marmellata TV di venerdi? L'industria grida di dolore. Ma una vittoria dei Matia Bazar conviene all'industria del disco?
Genova, inizio anni '60. Al festival di Sanremo va ancora Nilla Pizzi. A un raduno di discografici circola un rapporto sugli acquirenti di dischi. Sono i giovani sotto i vent'anni, quelli nati dal '40 al '50. Bisogna dare loro un prodotto che possano sentire come "loro". Così nasce la prima schiera di "cantanti-ragazzini" (che al Festival di Sanremo parteciperanno con parsimonia, a dire il vero). All'inseguimento dei giovani è stato per quarant'anni il motto della discografia.

Ora cambia tutto, e il pubblico tornano ad essere loro, quei ragazzi nati tra il '40 e il '50, solo che di anni non ne hanno 15 ma 55.

La discografia è un'industria strana. Basti pensare che vendono un prodotto che per promuoversi deve essere fruito per intero. Speghiamoci: se io vedo un trailer di un film, vedo un pezzo solo di film, ho voglia di sentirmeòlo tutto. Se io sento una canzone, me la sento per intero, e magari voglio solo quella. Non ci casco mica, se per avere il pezzo di Fiordaliso devo spendere quaranta sacchi (in vecchie lire, fa ancora più effetto).
Una volta c'era il 45 giri, che era anche un bell'oggettino. Arrivò a costare i suoi 5 sacchi, ma era una sorpresa che si portava a casa, un regalo, uno sfizio che ci si toglieva.

Ora ci sono i CD singoli, ma non sono la stessa cosa. I dischi si sentono, si scaricano, poi se ti piace una cosa te la compri ma solo se ti piace davvero, come ti compri un buon libro. Ovvio che chi ha tutta la sua struttura organizzata e funzionante perchè si venda l'oggetto CD non veda di buon occhio il cambiamento.

I soldi ci sono ancora, ma girano in modo diverso. La stessa elettronica che ha permesso a chi confeziona le canzoni di abbattere drasticamente i costi di produzione, che ha creato nuove mestieri e nuove professionalità e ha ridotto l'importanza di altre, ora rappresenta il maggior problema.

Ma il maggior problema è che Sanremo se continua così si estinguerà con il suo pubblico. Il paese è cresciuto. Siamo nel 2002, ci sono circuiti dal vivo che muovono un sacco di pubblico, gente che spende anche volentieri i suoi trenta sacchi tra ingresso e consumazione. I Matia Bazar solo l'anno scorso suonavano per il pubblico non pagante dei Centri Commerciali. I Subsonica hanno fatto più di 200 date in un anno quasi tutte piene, e venduto le loro 100.000 copie che per un gruppo come i Subsonica tanto di cappello. Ma sono cambiati i tempi. Oggi quante copie venderebbe il Franco Battiato della "Voce del Padrone"? Ci sono nuovi canali, nuove strade perchè gli artisti e il loro staff facciano i loro sacrosanti affari (ci mancherebbe).

I ragazzi italiani suonano nelle cantine, creano, si impegnano, mandano i demo. Una generazione sta crescendo, e un paio ne sono cresciute, al riparo del festival di Sanremo. Altri sono ancora convinti che Giorgio Faletti sia Bertold Brecht e che Gerardina Trovato sia Joan Baez. Sanremo fa parte del costume nazionale, ma se il costume cambia e continua a cambiare Sanremo resta paurosamente identico a se stesso. I timidi, timidissimi tentativi del post-Minetti portarono al festival Marjorie Biondo, i SubsOnica, i Bluvertigo, Max Gazzè, Tiromancino, Alessio Bonomo, Carmen Consoli, Moltheni. Le vendite dei dischi calarono, ma sarebbero calate comunque. Gli ascolti sono più o meno sempre gli stessi. La promozione dei cantanti di Sanremo venne affidata all'onerosissimo festival. Per quei pochi che c l'hanno fatta, il doppio sono finiti nel tritacarne.

Di chi è colpa? Ovvio, dei timidi, timidissimi tentativi. Sull'altro piatto, ci sono i milioni di oggetti venduti con la voce di Celentano, Adriano. Ah, ti ricordi gli anni '80, quando Al Bano e Romina facevano Ci Sarà con due tecnici del suono e un sequencer e ti vincevano Sanremo, si portavano a casa un cavallo del Totip (con tutte le schedine giocate, il minimo) e arrivavano pure primi in classifica. Ma adesso i tempi sono cambiati, le etichette indipendenti sono una quota del mercato a due cifre, si è decuplicato il numero dei posti dove suonare dal vivo, anche se ce ne è sempre un gran bisogno. Il mondo del disco vive la difficile transizione tra prodotto di massa e prodotto di nicchia.

Chi gode nel mandare Fiordaliso, Leali, Anna Tatangelo e Gianni Fiorellino a Sanremo sono gli impresari, di cui nessuno parla mai, che non si lamentano col ministro e che quest'estate li piazzeranno a sagre paesane, feste di piazza, centri commerciali e piccole radio commerciali del nord. A prezzi decuplicati, nella serata finale con i fuochi d'artificio. E mica ci puoi chiamare i Verdena a suonare alla festa del patrono. Da questo lato, Sanremo è una vera e propria fiera campionaria.

Altrimenti, che interesse ci sarebbe a tornare a promuovere la musica neomelodiche delle bimbe Pausine e delle Fiordaliso? Se si mantiene la giuria così com'è, se si fa votare gli spettatori dei programmi di Paolo Limiti dopo avere sentito ciascun brano, se si toglie la giuria di qualità le cose non cambieranno mai. Un sei, un otto ai Matia Bazar non lo negano, ma quando devono spendere 40 sacchi ci pensano un attimo.

I Matia Bazar restano l'oggetto misterioso. Come i Jalisse, sono completamente avulsi ai cambiamenti del mondo circostante. Portano un prodotto ben confezionato ma assolutamente non originale. Pura e semplice Accademia. Facciano la loro gara nei negozi di dischi, ma per favore nell'Albo d'oro del festival (dal momento che è dimostrato che conta poco, guarda la Minetti) lasciamoci delle canzoni di oggi.




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